Quando l’ovvio non è scontato: i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA)


Sono ormai diversi anni che stiamo assistendo ad una diffusione sempre maggiore della diagnosi di disturbo specifico di apprendimento (DSA) nella popolazione scolastica.

Non è facile spiegare perché questo accada, dato che questa situazione è dovuta a diverse ragioni. D’altra parte l’eziologia dei disturbi specifici di apprendimento è ancora sconosciuta e molte sono le ipotesi sull’emergere di questo fenomeno.

E’ generalmente accettato che sono problemi di origine neurologica. Tuttavia, non sono pochi i professionisti che criticano questo tipo di ipotesi esplicativa, sottolinenando la natura emotiva che starebbe alla base di tali deficit e le difficoltà delle famiglie contemporanee a star dietro ai loro figli.

Stiamo parlando di bambini che in passato erano considerati svogliati, i tipici ‘bambini che non si impegnano abbastanza’, destinati, una volta ragazzi, ad un precoce abbandono scolastico per svolgere professioni manuali.

Questa impostazione permane ancora in molti insegnati producendo pregiudizi, sofferenze e colpevolizzazioni improprie che travolgono i bambini con queste difficoltà e le loro famiglie, lasciate sole durante interminabili e frustranti pomeriggi davanti ai libri.

Problema neurologico? Problema emotivo scambiato per deficit? Problema familiare? Inadeguata preparazione degli insegnanti?

Nella mia esperienza professionale mi è capitato di imbattermi in tutte queste situazioni. Ho visto ragazzi dislessici seguiti da madri perfette, in cui non c’era nessun problema affettivo, ma ero proprio il deficit neurologico, unito alla ‘normale’ competizione scolastica, a provocare terribili disagi emotivi. Così come ho visto enormi problemi d’ansia tramutarsi in deficit neurologici, che magicamente sparivano appena il bambino si rilassava: il problema è che non era facile per lui rilassarsi di fronte a test cognitivi di lettura e di calcolo e una diagnosi di DSA diveniva un’inevitabile ed inadeguato modo di comprendere le sue difficoltà.

Attualmente, vedo una scuola sempre più in difficoltà, che arranca di fronte alle richieste sempre più complesse della società in cui è inserita e senza risorse arretra, decade, si chiude.

Certamente c’è un problema di sovradiagnosi dei DSA, dovuta alle crescenti difficoltà del sistema scolastico nel fornire strumenti e risposte a problemi sociali, culturali, emotivi dei ragazzi di oggi. Per tali motivi, queste etichette nosografiche spesso racchiudono impropriamente ‘semplici’ difficoltà di apprendimento che sono solo la punta dell’iceberg di situazioni complesse e multifattoriali.

Ma che cosa sono, di fatto, i veri’ disturbi specifici di apprendimento? 

Partiamo dall’elencarli: sono dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia e riguardano specificatamente gli apprendimenti scolastici.

La dislessia, probabilmente la più famosa e invalidante, si manifesta con la lentezza, l’omessa correttezza e la mancata comprensione nella lettura.

La disgrafia si presenta come una difficoltà nello scrivere, in cui la grafia risulta scarsamente comprensibile.

La disortografia è la difficoltà nello scrivere seguendo le regole di ortografia.

La discalculia è una vera e propria cecità ai numeri e si presenta con la difficoltà nell’incolonnare i numeri nelle operazioni, nelle tabelline e nelle formule.

La caratteristica principale di questi disturbi è che permangono anche se il ragazzo si impegna nello studio per sei ore al giorno, per sei giorni a settimana, per anni di studio.

Ovvero, è sempre utile ripeterlo, sono difficoltà totalmente indipendenti dall’impegno dello studente e riguardano apprendimenti che solitamente vengono acquisiti dai più in poco tempo con la sola, anche totalmente disimpegnata, esposizione ai testi scolastici.

Eppure sono ragazzi del tutto normali, a volte intelligentissimi. Anzi, la diagnosi di DSA avviene solo se l’intelligenza è nella norma, se non ci sono disturbi sensoriali, se non si presentano disturbi emotivo-affettivi, se non ci sono concomitanti disturbi neurologici e non sono presenti deprivazioni socio-culturali.

E’ l’assoluta persistenza di queste difficoltà specifiche a distinguerli chiaramente dalle più comuni e normali difficoltà di apprendimento che hanno coinvolto più o meno tutti nel corso degli studi.

Di fronte a tali disturbi, gli insegnati si sentono inadeguati (e tendono per questo a colpevolizzare i ragazzi che li hanno), mentre i genitori si sentono frustrati e invasi dalla quantità di tempo che lo studio toglie a loro e al ragazzo.

In questa situazione, i ragazzi con DSA oscillano tra una naturale frustrazione, con senso di impotenza e vergogna, al totale rifiuto verso tutto ciò che riguarda la scuola e lo studio.

Questo può portare a demoralizzazione, scarsa autostima, ansia e deficit nelle capacità sociali: la percentuale di bambini con disturbi di apprendimento che abbandonano la scuola è stimata intorno al 40% (1.5% volte in più rispetto alla media) e da adulti questi ragazzi possono avere difficoltà nel lavoro o nell’adattamento sociale.

Esclusi, questi ragazzi hanno un rischio significativamente più alto di sviluppare psicopatologie importanti anche gravi, generate dalla spirale dell’isolamento e dell’impoverimento delle proprie esperienze di vita.

Per tutti questi motivi, in Italia c’è la legge 170, una legge all’avanguardia e per lo più non rispettata. Una legge che difende i diritti di questi ragazzi e di queste famiglie e in particolare il diritto a non morire dietro i libri per adeguarsi alla competizione dei ‘normali’.

Perché in fondo i ragazzi con questi disturbi impongono un ripensamento dell’insegnamento che riguarda tutti e la legge 170 richiede un cambiamento della cultura negli istituti scolastici e nelle famiglie.

Ad esempio, indica nelle mappe concettuali, nello sviluppo dell’apprendimento attraverso la tecnologia, nello sviluppo della comprensione globale più che all’esecuzione specifica, nuovi obiettivi che migliorano, di fatto, l’apprendimento di tutti.

Mentre la legge 170 ci indica l’utopia verso cui andare, ci scontriamo con la dura realtà in cui questi bambini passano di volta in volta dall’essere trattari come ‘ritardati’ un giorno e come ‘ribelli’ colpevoli il giorno dopo, in modo del tutto irrazionale.

In tutto questo, non ho ancora risposto alla domanda. Cosa sono allora i disturbi specifici dellapprendimento? 

Prendiamo il più diffuso di questi disturbi: la dislessia. Non c’è nessuna lesione, ma il cervello (per motivi che vanno ancora identificati) semplicemente funziona in modo diverso ed alcuni percorsi neurali, che nella maggior parte delle persone sono facilmente disponibili, in questi ragazzi non diventano ‘automatici’.

In altre parole, questi ragazzi devono processare le informazioni secondo altre modalità per compensare quest’assenza di automatismo: il problema è che sono modalità ignorate dalla didattica tradizionale, che si basa prevalentemente sulla letto-scrittura.

E’ utile fare una metafora per rendere chiaro in cosa consiste lassenza di automatismo: quando impariamo a guidare siamo tutti concentrati nell’imparare a utilizzare in modo coordinato i pedali e il cambio per scalare le marce.

Quando siamo alle prime armi, tali acquisizioni prendono quasi tutta la nostra attenzione e guidare un’automobile è un processo faticoso e poco piacevole che difficilmente ci consente di osservare il paesaggio, di utilizzare l’autoradio o di parlare agevolmente con il passeggero. Man mano che impariamo, tali difficili acquisizioni divengono processi del tutto automatici e la nostra coscienza, liberata da questi gravosi impegni, può concentrarsi sul viaggio, sulla musica e sul senso del percorso che stiamo facendo.

Ecco, pensate se queste acquisizioni non potessero mai diventare automatiche. Pensate alla costante fatica di fare attenzione a premere la frizione, a mettere la prima, accelerare, poi abbassare la frizione, mettere la seconda, e così via. Questo, ogni volta che prendiamo l’automobile. Questo per tutta la vita.

Guidare diventerebbe faticoso e frustrante. Potremmo farlo, ma solo per necessità. E senza alcun piacere.

Lo stesso accade per i ragazzi dislessici per la lettura, condannati a ricordarsi in modo cosciente per tutta la vita, che se vedono insieme le lettere -sci-, devono pronunciare la c in un modo, quando invece vedono le lettere -sco-, devono pronunciare la c in un altro modo ancora.

Questo fa sì che queste persone, leggendo, debbano ogni volta scandire ogni singola lettera  per associarla in modo cosciente al fonema corrispondente come se stessero imparando a leggere ogni volta, nonostante letà e le ripetute esercitazioni.

Per noi è automatico e questo non perché studiamo bene, ci basta la sola e ripetuta ‘esposizione al testo’. Per i ragazzi dislessici no.

Per questo motivo, un errore molto comune è imporre moltissime ore di ripetizione a questi ragazzi, ma i ragazzi con DSA non devono ripetere, ma devono imparare diversi modi per avere accesso alle stesse informazioni.

Serve quindi un lavoro specialistico centrato su nuovi e diversi metodi di studio in modo da liberare lo spazio mentale, chiamato dagli psicologi ‘memoria di lavoro’, necessario a ‘liberare’ l’intelligenza di questi ragazzi, altrimenti invasa da questi elementi non automatizzati.

Ci sono diverse ipotesi riguardo queste difficoltà di funzionamento cerebrale: dal funzionamento anomalo del sistema magnocellulare della corteccia visiva al funzionamento deficitario del cervelletto deputato alla coordinazione motoria fine legata al linguaggio (sembra infatti, che la lettura sia correlata all’interazione tra cervelletto e corteccia in una ‘simulazione del parlare’ mentre leggiamo).

In ogni caso i DSA ci fanno scoprire alcune cose banalmente sorprendenti: leggere, scrivere e fare di calcolo sono processi cerebrali incredibilmente complessi. Non riuscire a fare queste cose può dipendere da cambiamenti funzionali leggerissimi a livello del cervello.

Se questi problemi emergono con forza in questi anni, probabilmente dipende dal fatto che la letto-scrittura un tempo non era un ambito così fondamentale e pervasivo dell’essere umano. Ora ci siamo letteralmente immersi tra internet e cellulare e questo comporta una nuova percezione di disabilità che al tempo dei nostri nonni non c’era.

In altre parole, questi disturbi ci mettono di fronte alla complessità di ciò che consideriamo più ovvio. Invece di accanirci nel costringere questi ragazzi ad adeguarsi alle tradizionali forme di didattica, dovremmo cambiare l’insegnamento integrandolo con gli innumerevoli canali di informazione, audio e video, che l’epoca contemporanea ci ha dato a disposizione.

Perché l’intelligenza non si misura attraverso la velocità nel leggere o nel fare di calcolo: l’intelligenza si commisura alla capacità di comprendere il mondo e agire in modo sensato. E in questo, i ragazzi con DSA non hanno alcun problema.

 

Foto di Heather aka Molly | Flickr | CCLicense