VIAGGIARE DA FERMI: GLI EFFETTI CLINICI DELLE TECNICHE DI CONSAPEVOLEZZA


Le pratiche meditative, seppur legate a tecniche di diversa matrice culturale, pongono come obbiettivo comune lo sviluppo della consapevolezza. Ma cos’è, concretamente, la consapevolezza? 

Come possiamo inquadrare un concetto così sfuggente nella nostra cultura che richiede dati concreti e oggettivi? Perché quando si parla di consapevolezza non si parla di una ‘cosa’, ma di un processo, di una relazione tra cose e la scienza contemporanea si è affacciata a questo ‘oggetto’ di studio così complesso solo da poco tempo.

La consapevolezza, o “attenzione consapevole”, seguendo la definizione di Kabat-Zinn (1994), medico statunitense che ha introdotto le pratiche di consapevolezza in ambito sanitario e nella psicologia cognitiva contemporanea, è la capacità di porre attenzione, intenzionalmente, al momento presente in modo non giudicante.

E’ un’attività esplorativa dell’attenzione che, rendendo consapevoli processi normalmente inconsci, consente di osservare diversamente il nostro modo di fare esperienza e i nostri automatismi, attivando meccanismi di autoregolazione corporea e relazionale (Siegel, 2007).

Tale processo può essere coltivato attraverso le diverse pratiche meditative di derivazione buddhista, ma per raggiungere questa attenzione consapevole non occorre necessariamente diventare buddhisti: lo sviluppo della consapevolezza, infatti, non dipende da alcun sistema di credenze e non è legato a ideologie. Al contrario, è un processo attivo di autoconoscenza, trasversale a diversi background culturali, idoneo a calmare la mente e sviluppare un pensiero flessibile e capace di autocritica. Come scrive lo stesso Kabat-Zinn (1997): “Comporta l’autoindagine, la messa in discussione della nostra visione del mondo, della posizione che vi occupiamo, e l’apprezzamento della pienezza di ciascun momento della nostra esistenza. Soprattutto, riguarda il mantenimento del contatto con la realtà.”

pietreLe tecniche meditative sono innumerevoli e diverse tra loro, sebbene tutte abbiano elementi comuni, come la concentrazione sul respiro, sulle emozioni, sul corpo. Divenire consapevoli del proprio respiro, per noi occidentali, può essere un processo molto difficile perché implica il dover fare attenzione a qualcosa che nella nostra cultura è considerato ovvio e quindi privo di interesse: un qualcosa dato per scontato, slegato dai veri problemi che ci assillano quotidianamente.

Ogni giorno, infatti, viviamo non tenendo conto di questa base fisiologica che di fatto ci tiene in vita, ma soprattutto non considerando il fatto che questo comportamento, al limite tra il volontario e il non volontario, ha un legame ormai consolidato con il nostro modo di pensare e provare emozioni.

Il rapporto tra mente e respirazione diviene evidente se andiamo a vedere l’etimologia dei termini che utilizziamo comunemente: le lingue antiche usano la stessa parola per indicare l’atto del respirare e l’anima o lo spirito. Ad esempio, in latino spirare (respirare) e spiritus (anima o spirito) hanno la stessa radice e questo vale per la parola sanscrita atman, passata alla lingua indiana contemporanea, parente stretta della parola tedesca atmen (respirare).

La stessa psicologia di stampo occidentale, si occupa della psyché, che in greco significa respiro (soffio vitale) e anima. 

Negli ultimi decenni, è iniziato uno storico e produttivo dialogo tra la scienza moderna e il buddhismo stesso, in cui il Dalai Lama e altri studiosi di filosofia buddhista hanno incontrato eminenti autorità nel campo della medicina, della psichiatria, dell’educazione, della psicologia e psicobiologia, al fine di confrontarsi su temi quali la definizione della mente, della coscienza e del rapporto di tali processi con il cervello.

Con l’introduzione crescente di queste pratiche in ambiti clinici ed educativi, da una parte, e con l’avvio della ricerca scientifica dall’altra, si sta assistendo ad una “sinergica integrazione di un lavoro psicoterapeutico di stampo occidentale con pratiche di meditazione derivate dalla tradizioneorientale”. Tale integrazione “sembra prefigurare una riconciliazione non solo tra psicologie, ma ben più ampiamente tra visioni del mondo ” (Amadei, 2006). 

Quale visione della mente sta venendo fuori dall’incontro di tradizioni così diverse? La mente, prendendo spunto dalla prospettiva del neurobiologo Francisco Varela, che ha diretto il gruppo di ricerca in Neurodinamica (dinamica cerebrale non-lineare) del laboratorio di Neuroscienze cognitive (LENA), presso l’Ospedale Universitario Salpêtrière di Parigi, viene considerata un processo aperto e in continuo scambio con l’ambiente: un processo che riguarda la continua e necessaria relazione del nostro cervello con l’ambiente, con il corpo, con gli altri.

La mente, tenetevi forte, non è propriamente nel cervello, ma nasce sempre dall’interazione del cervello con l’ambiente esterno e con il proprio corpo. In altre parole, il cervello è causa necessaria ma non sufficiente: servono altri cervelli, serve un contesto per far ‘emergere’ dei processi mentali. D’altra parte nessuno ha mai visto un cervello sospeso nel vuoto. Senza questo incontro, la vita mentale non può esistere ed è questo il motivo per cui è difficile definire tale processo in un ottica scientifica tradizionale, in quanto la mente non è un oggetto, ma un sistema che emerge dall’interazione delle sue parti (si veda a tal proposito gli studi di biologia sistemica H. Maturana e le ricerche in Neurofenomenologia)

Tale concezione scardina il nostro senso comune, che tende a vedere la mente come qualcosa di chiuso dentro la nostra testa e separato da ciò che ci circonda, la cosiddetta realtà. In questa nuova concezione, osservatore e realtà sono inscindibilmente legati e si compenetrano in un medesimo processo: la mente. Per tale motivo, stati d’animo diversi determinano percezioni totalmente diverse della medesima realtà. Dalle percezioni ai significati e dai significati alle ideologie, il percorso a volte è molto più veloce di quello che si può pensare.

Le tecniche meditative portano a regolarizzare, in modo autonomo e indipendente dagli eventi esterni il proprio ritmo respiratorio, correlato ad un’attività mentale più lucida in cui paranoie, i giudizi, le ansie smettono di alimentare realtà mentali disfunzionali, per essere riconosciuti per quello che sono: semplici punti di vista che possono cambiare in base alla qualità dell’esperienza soggettiva.

Riuscire a modificare la propria esperienza soggettiva autonomamente dagli eventi esterni, ci consente di divenire maggiormente indipendenti e resilienti rispetto a quello che ci accade.

La consapevolezza comporta infatti un doppio vantaggio: mantenere la mente fredda nelle situazioni di difficoltà e assaporare maggiormente i momenti felici.

Perché tali tecniche hanno sempre più spazio in ambito clinico, educativo e aziendale? Svolta spirituale nell’occidente?

No. Per un motivo molto pragmatico: tali pratiche sono fondamentali per ridurre lo stress, il grande male della nostra epoca, agendo direttamente e indirettamente sui problemi fisiologici e psichici, abbondantemente documentati, provocati da periodi di stress eccessivo e cronico. Un rimedio a-specifico per moltissime problematiche, una sorta di aspirina comportamentale, in grado di attivare processi di autoregolazione corporea ed emotiva e migliorare la qualità della vita.

A tal proposito, stanno aumentando le evidenze scientifiche a supporto degli effetti terapeutici delle pratiche meditative su condizioni mediche altamente stressanti come: la psoriasi (Kabat-Zinn, Wheeler, Light, Skillings, Scharf, Cropley, 1998), i l diabete di tipo 2 (Rosenzweig, Reibel, Greeson, Edman, Jasser, McMearty, 2007), la fibromialgia (Grossman, Tiefenthaler-Gilmer, Raysz, Kesper, 2007), l’artrite reumatica (Pradhan, Baumgarten, Langenberg, Handwerger, Gilpin, Magyari, 2007; Zautra, Davis, Reich, Nicassario, Tennen, Finan, 2008), la lombalgia cronica (Morone, Greco, Werner, 2008). 

Le pratiche meditative diminuiscono il colesterolola pressione sanguigna (senza l’utilizzo di farmaci), le tensioni muscolari e regolano gli ormoni adrenalinici e la regolazione di globuli rossi e globuli bianchi (Pagliaro, Martino, 2010). Inoltre, è ormai evidente che tali pratiche riducano i sintomi di stress e i persistenti stati negativi, accrescendo la qualità della vita in persone affette da malattie croniche (cfr. Brown, Ryan, Creswell, 2007; Grossman, Niemann, Schmidt, Walach, 2004; Ludwig, Kabat-Zinn, 2008; Shigaki, Glass, Schoop, 2006).

Negli Stati Uniti, il crescente interesse verso questi risultati, ha fatto sì che l’utilizzo del mindfulness training, ossia di un vero e proprio allenamento alla consapevolezza, in trattamenti specifici per l’ipertensione, l’ischemia miocardical’HIV, ecc. sia stato investigato in ricerche finanziate dall’Istituto Nazionale della Salute (Ludwig, Kabat-Zinn, 2008).

Più recenti studi incentrati su questa particolare forma di training, fatta con pazienti in condizioni mediche serie, inclusi il cancro al senoil cancro alla prostata e altre forme tumorali, hanno documentato livelli più bassi di cortisolo, principale ormone dello stress, e un sistema immunitario normalizzato, misurato attraverso i livelli di citochine e l’attività delle natural killer (Carlson, Speca, Faris, Patel, 2007; Witek-Janusek, Albuquerque, Rambo Chroniak, Chroniak, Durazo-Arvizu, Mathews, 2008).

Altre ricerche su pazienti affetti da HIV indicano gli stessi risultati, ovvero, un aumento della attività delle natural killer, così come un aumento nella produzione di chemochine-b, molecole che bloccano il diffondersi dell’HIV nel sistema immunitario sano (Robinson, Mathews, Witek-Janusek, 2003).

A livello psicologico, diverse ricerche evidenziano come la pratica della meditazione sia associata a più bassi livelli di stress psicologico, includendo un abbassamento dell’ansia, della depressione, dei sentimenti di rabbia e tristezza (Baer, 2003; Brown, Ryan, Creswell 2007), oltre ad essere indicato per il disturbo d’attenzione e d’iperattività (Zylowska et al., 2008) e per il disturbo ossessivo-compulsivo (Schwartz, 1998).

A livello cerebrale, le pratiche meditative, riducendo il livello di cortisolo indotto dallo stress, sembrano avere un effetto neuro-protettivo sulle connessioni neurali del cervello (Xiong, Doraiswamy, 2009) e sono correlate ad una maggior attivazione delle aree pre-frontali, legate ai processi di pensiero astratto, e dell’area della corteccia cingolata anteriore, deputata all’integrazione delle risposte emotive con i processi cognitivi, determinante nei processi decisionali.

Favorendo le capacità di attivare un pensiero creativo e stabile anche in situazioni altamente stressanti e di gestire stati emotivi intensi quali la rabbia, la paura e l’ansia, e i pensieri disturbanti che ne conseguono, Eipstein (1999) suggerisce di utilizzare tali tecniche per aiutare chi svolge professioni altamente stressanti, come quelle di aiuto.

Elencate le numerose motivazioni cliniche, concludo con una considerazione prettamente estetica: le pratiche meditative di consapevolezza, ossia focalizzare con metodo la propria attenzione sul respiro e sulle sensazioni che l’aria provoca al suo passaggio nel nostro corpo, può essere un viaggio verso destinazioni più sorprendenti, avventurose e piacevoli di quello che si possa immaginare. Un viaggio più lungo e rocambolesco del previsto. Un viaggio verso mete che ignoriamo quotidianamente, forse perché ormai troppo familiari o perché siamo impegnati in cose che riteniamo più importanti che respirare.

Molti meditano per cercare se stessi. Non si trova niente. Si trova un mondo.

Foto di Mitchell Joyce / Flickr / CC License