Adolescenti e peso: come prevenire obesità e disturbi dell’alimentazione


L’elevata diffusione in adolescenza dell’obesità e dei disturbi dell’alimentazione (eating disorders, ED), rimanda al sempre più difficile rapporto dei giovani con il cibo e il proprio corpo. Nel biennio 2011-2012 il 34,5 % degli adolescenti americani tra i dodici e i diciannove anni erano obesi o in sovrappeso (Ogden et al., 2014; National Center for Health Statistics, 2011). Nonostante i dati attuali indichino una stabilizzazione del fenomeno, negli ultimi trent’anni il numero di adolescenti obesi è quadruplicato, mentre i disturbi dell’alimentazione rappresentano la terza causa di cronicità tra gli adolescenti, dopo obesità e asma (N.C.Golden et al., 2016). Anche se il rapporto femmine/maschi nel presentare un disturbo dell’alimentazione è riportata essere di 9:1, la prevalenza di questi disturbi sembra essere in continua crescita tra i giovani maschi. Si è visto che alcune raccomandazioni, anche se fatte con le migliori intenzioni, sulla gestione del peso corporeo tra i giovani e gli adolescenti, possono rinforzare comportamenti disfunzionali e paradossalmente favorire l’insorgenza di disturbi del comportamento alimentare. Per questi motivi Neville Golden e colleghi della Stanford University, in un report pubblicato recentemente sulla rivista Pediatics (“Preventing Obesity and Eating Disorders in Adolescents”, 2016), hanno cercato di sfatare alcuni luoghi comuni nel counseling su una corretta alimentazione tra gli adolescenti, fornendo delle linee guida più adeguate per pazienti e familiari. Il report affronta l’interazione tra le condizioni di obesità e, più in generale, i disturbi alimentari negli adolescenti, individuando i fattori di rischio e di prevenzione in entrambe le situazioni, cercando di fornire delle nuove linee guida evidence-based per prevenire condotte alimentari scorrette e identificare i comportamenti maggiormente a rischio tra i giovani.

Immagine copertina di Neuroventilator (CC License)

Sebbene si tratti di due categorie apparentemente opposte, obesità e disturbi dell’alimentazione  (come anoressia, bulimia nervosa, ortoressia), sono in realtà collegati da un filo sottile e controintuitivo. Sempre più studi, infatti, confermano che una parte di giovani obesi o in sovrappeso, nel tentativo di dimagrire e mal interpretando il concetto di ‘mangiare sano’, finiscono per adottare condotte alimentari scorrette (ad es. salto dei pasti, diete restrittive, esercizio fisico eccessivo) che sfociano poi in veri e propri disturbi alimentari (Lebow et al., 2015). Ad aggravare la situazione è il fatto che molti casi di disturbi dell’alimentazione (eating disorders, ED) sviluppatisi nel contesto di una precedente obesità, spesso vengono identificati molto tardi e l’adolescente che inizia a dimagrire (anche in maniera troppo repentina) può vedere rinforzati i suoi comportamenti proprio da familiari e medici, troppo concentrati sull’obiettivo di raggiungere un peso corporeo ottimale (Sim et al., 2013).

Inoltre, sempre secondo il report di Golden e collaboratori, l’obesità e gli ED tra gli adolescenti hanno in comune una serie di comportamenti come:

  • il frequente ricorso a diete
  • la carenza di condivisione dei pasti in ambiente familiare (il condividere i pasti principali come la colazione, il pranzo e/o la cena sembra essere di notevole aiuto nel migliorare lo stile di vita alimentare)
  • i frequenti commenti dei familiari sul proprio peso o su quello dei propri figli
  • le ‘prese in giro’ (anche se apparentemente benevole) sul proprio peso corporeo, che sembrano rinforzare comportamenti di perdita di controllo sul proprio regime alimentare
  • i vissuti d’insoddisfazione della propria immagine corporea

Fattori di rischio

Nell’articolo vengono innanzitutto proposti alcuni comportamenti da evitare, considerati ‘fattori di rischio’ per ED: medici e familiari dovrebbero scoraggiare le diete; evitare discorsi ‘sul peso’, ad esempio commentando il proprio o quello dei figli; non deridere o sbeffeggiare i figli per il loro peso e il loro corpo.

E’ ormai provato, infatti, che regimi dietetici restrittivi si rivelano controproducenti, comportando nel lungo periodo un aumento ponderale e un’alimentazione incontrollata più frequente, sia tra i ragazzi che tra le ragazze (Field et al., 2003; Neumark-Sztainer et al., 2007; Stice et al., 1999; Stice et al., 2005). Oltre ciò le diete sono uno dei più importanti predittori dello sviluppo di disturbi dell’alimentazione: studenti che si sottopongono a diete ferree e saltano i pasti, hanno 18 volte più possibilità di sviluppare un ED rispetto a chi non segue alcuna dieta (Patton et al., 1999).

Anche i discorsi familiari incentrati sul peso incoraggiano condotte alimentari negative e problematiche (Neumark-Sztainer et al., 2007; Berge et al., 2015; Loth et al., 2009). “Le madri che parlano spesso del proprio peso o del proprio corpo incoraggiano involontariamente i loro figli a essere insoddisfatti del proprio corpo“, sottolinea Golden nel suo articolo, e tale insoddisfazione si associa a bassi livelli di attività fisica e all’utilizzo di lassativi, diuretici e vomito autoindotto per controllare il peso.

Per finire, anche le ‘prese in giro’, o addiruttura i motteggi offensivi da parte dei familiari o dei coetanei, espongono ragazze e ragazzi a un rischio maggiore di sviluppare obesità o adottare condotte alimentari problematiche (Eisenberg et al., 2012; Neumark-Sztainer et al., 2007).

Fattori di protezione

Nel trattamento e nella prevenzione dei disturbi dell’alimentazione (ED), il focus di pediatri e familiari dovrebbe essere diretto meno sul peso corporeo in senso stretto e più sullo sviluppo di un’immagine positiva di sé e del proprio corpo, riportando gli ED maggiormente su un problema identitario e di autostima, in una fase di vita durante la quale il riconoscimento di sé attraverso gli altri rappresenta una dinamica regolarmente presente nella costruzione identitaria dei teen-agers. Il messaggio da trasmettere ai ragazzi dovrebbe essere che l’esercizio fisico, così come un miglioramento dello stile di vita e delle condotte alimentari più sane e consapevoli, devono avere come scopo il raggiungimento di un soddisfacente livello di benessere psicofisico e non uno specifico numero sulla bilancia. Questo spostamento di focus aiuta gli adolescenti a sviluppare un’immagine positiva di sé e del proprio corpo. Se infatti è noto che l’insoddisfazione per il proprio peso rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di condotte alimentari disfunzionali, è anche vero che adolescenti con un’immagine positiva del proprio corpo riportano un’attitudine dei genitori e dei loro pari a incoraggiarli a condurre uno stile di vita sano e meno improntato sui chili da perdere (Kelly et al., 2005).

Anche il condividere i pasti in famiglia si rivela un fattore di protezione fondamentale, poiché si associa a un regime alimentare più equilibrato e salutare (con il consumo di frutta, verdura e alimenti ricchi di calcio e fibre) e permette ai genitori di fornire un modello di alimentazione sana e, argomento da non sottovalutare, consente di individuare e affrontare precocemente possibili problemi o difficoltà dei figli (Neumark-Sztainer et al., 2003, 2004, 2008, 2009; Haines et al., 2010), fornendo quel supporto emotivo e quel senso di ‘esserci’ fondamentali per la costruzione di un’identità personale solida.

Inoltre, poiché spesso gli adolescenti in sovrappeso sono bersaglio di bullismo tra il gruppo dei pari, è importante che medici e pediatri indaghino per capire se i pazienti subiscono maltrattamenti o vengono derisi e umiliati, al fine di prevenire che il rapporto problematico con il cibo e con il proprio corpo copra difficoltà relazionali e interazioni tra coetanei molto più problematiche di come possa apparire.

Per concludere

Come sottolineano gli autori, la prevenzione dell’obesità, se condotta in modo consapevole e con un linguaggio focalizzato sul benessere individuale e non sul peso, non solo non aumenta il rischio di sviluppare un disturbo dell’alimentazione, ma, al contrario, riduce tra i ragazzi l’insoddisfazione per il proprio corpo e il ricorso a pratiche alimentari devianti come il vomito autoindotto, l’utilizzo di pillole per dimagrire e l’adesione a diete restrittive (Austin et al., 2005, Robinson et al., 2003).

Inoltre il trattamento dell’obesità e dei disturbi dell’alimentazione si rivela più efficace se coinvolge l’intero nucleo famigliare e non solo l’adolescente (Katzman et al., 2013, Shrewsbury et al., 2011), così come peraltro proposto nel trattamento fondato sulla famiglia (Family-Based Treatment, FBT), dove tra gli aspetti principali troviamo l’importanza e la centralità della figura dei genitori nel setting di cura dei disturbi alimentari dei figli.

Infine ai medici è raccomandato l’utilizzo di ‘colloqui motivazionali’ quando effettuano una consulenza sulla gestione del peso con adolescenti e familiari. Questa tecnica si è rivelata efficace nell’aiutare i pazienti a risolvere l’ambivalenza in merito a un comportamento disfunzionale (come può essere un’alimentazione inadeguata), facendo leva sull’automotivazione e coinvolgendoli attivamente (Resnicow et al., 2014). Pediatri e operatori sanitari possono scaricare l’App “Change talk: Childhood Obesity” per esercitarsi nell’utilizzo corretto di questo strumento.

 

pasquale

dott. Pasquale Parise – 

Psichiatria e Psicoterapeuta

www.pasqualeparise.it

Tel. 388 58 88 729

 

Bibliografia in ordine di citazione:

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